Perché leggere “Un respiro alla volta” di Roberto Ferrari

di Tiziana Verde

“Lasciamola tranquilla – disse il dottore – andate, uscite”.
Nella stanchezza senza soccorso in cui il povero volto si dovette raccogliere tumefatto come in un estremo ricupero della sua dignità, parve a tutti di leggere la parola terribile della morte e la sovrana coscienza dell’impossibilità di dire: Io.
(Gadda – La cognizione del dolore)

“Garreth ha sempre preferito i funerali ai matrimoni: diceva che per lui era più facile entusiasmarsi per una cerimonia di cui, prima o poi, sarebbe stato il protagonista…”
(Dal film: 4 matrimoni e un funerale)

Il nostro tempo rimuove la morte ma, nelle ultime notti, più ci si ama, più si finge un lieto fine. Certo c’è nel mentire grande dolcezza, ma nascondere lo strazio, aggiunge alla pena che già si prova, quella di non poter apertamente disperarsi; perciò quanto è prezioso chi un poco estraneo, dia aiuto in questo momento.

A un’ars moriendi non siamo più educati. E’ un tempo il nostro, che induce ad un eterno intrattenimento e a fantasie di successo. Le sepolture vanno sbrigate in fretta, tanti muoiono in ospedale e, tuttavia, tra i sogni inconfessati, credo ci sia la speranza che, l’ultima immagine prima del buio, siano due cari occhi intenti a trattenere le lacrime e a proporci un impossibile appuntamento in qualche piega dell’universo.

Per capirlo, bisogna essere stati nella camera di un moribondo, dove il corpo combatte la sua guerra anche solo per conquistare un altro respiro. Essere stati in questo odore, spessore, diverso scorrere dei minuti e percezione così acuta per cui sembra schianto anche la caduta di uno spillo. C’è un punto in cui si varca un confine e, anche se chi lo compie ci è caro, bisogna lasciarlo andare, giacché il contrario lo condannerebbe ad un terribile stato…

Il libro racconta questo cammino, mette in luce come ‘ultimo’ non evochi soltanto baratri, ma quelle pure linee che la vicinanza della morte fa apparire. L’autore vi incarna l’archetipo di Virgilio. Con pietà accompagna in questa ‘saison en enfer’ senza sottrarsi, impartendo piccoli suggerimenti, con posture che diano sollievo al corpo martoriato, con un continuo invito all’attenzione, questa dote divina e trascurata, perché noi viviamo eternamente distratti e quanti preziosi dettagli ci sfuggono… ecco allora che nel buio appaiono gemme di nuda leggerezza, bellezza, quella maestà del vivere, che ci stringe il cuore, alla vista di un mare, di un volo…

Gli antichi celebravano gli addii con rituali di accompagnamento e fragilissime ampolline, perché nemmeno una lacrima andasse perduta. Sapevano che, dopo la morte, tutto diventa reliquia. Sapevano quanto ogni presenza sia degna di venerazione. Ai sopravvissuti si stava accanto, perché essi avevano un arduo compito da compiere: ridare senso al mondo.

Da qui, nel nostro sud, l’usanza di non lasciare soli i parenti, di portare conforto anche soltanto con una cena, di passare i giorni del lutto insieme, a cantare, raccontare…

Noi non viviamo soltanto tra cose, ci sono patrie che sembrerebbero interiori, e sono invece molto concrete, paesaggi di simboli, legami… ecco perché dirsi cosa abbiamo capito o mancato, ricostruire quel carattere unico di chi perdiamo, affinché il nodo che ci ha allacciati si trasferisca nell’invisibile e continui come un’eredità a farci tessere altri intrecci è urgente, come lo è sottrarre tempo al produrre, per ritrasformare il deserto, in terra ancora buona da seminare, far fiorire…

Dicevo che di ciò, poco si parla, mentre il libro con grande coraggio lo fa, diventa l’orecchio, l’ampollina che raccoglie e conserva frammenti di resistenza, di rivolta, di benedizione… tra le pause aggiunge storie di animali, numi domestici a ricordarci la potenza che abbiamo dimenticato. In questo modo ridà voce, dignità, la coscienza di essere ancora e, fino alla fine, più della paura, più del corpo stremato… perché l’altra pena, quando si muore in luoghi estranei, è sentirsi ‘cosa’.

Raccontare è la nostra assurda, magnifica ostinazione a restare, malgrado tutto, ‘umani’, sicché, a ben vedere, l’arte di morire, è un’appassionata arte di vivere, sempre sul crinale, sempre avvertendo che il nostro orizzonte è la rovina e che proprio sul limite dell’annientamento si dà quel miracolo che, se vissuto pienamente, spalanca libertà, grazia, splendore…

Ho letto questo libro davanti al mare. L’ho letto in una giornata di vento.

Ho immaginato gli assenti attraversare le onde fino a sparire oltre l’ultimo promontorio, gli ho sussurrato che sono sempre con me e, in cuor mio, ho augurato agli uomini e alle donne raccontati da Roberto F., di aver avuto il tempo di sapere che qualcuno aveva conservato il loro amore e il loro dolore, senza chiasso, senza occupare la scena, senza fretta.

Non credo ci sia niente di più nobile.

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