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Piccolo laboratorio di Mindfulness: la distanza consapevole

di Roberto Ferrari

Quelli della Pandemia sono tempi strani ed interessanti per la mente e il cuore (ma anche per il corpo) ed è utile farsi ogni tanto un piccolo check-up di Mindfulness per capire cosa sentiamo e di cosa abbiamo bisogno.
Nei momenti difficili è importante prendersi cura di sé prima di tutto, prima anche di pensare ad aiutare gli altri; come dicono le indicazioni sugli aerei “indossa la tua maschera per l’ossigeno PRIMA”, e occupati dopo di metterla al bambino o all’anziano che ti siede accanto.

Quindi mi chiedo, chiediamoci: “Come sto? Di cosa ho bisogno?”. E ascoltiamo le spalle, se sono libere o tese e sollevate; cogliamo il respiro, se è quieto o rapido e superficiale; come sta la schiena? Fotografiamo un attimo la mente, se è presente o spesso in cerca di distrazioni: proprio ora, quante app e finestre e chat abbiamo attive?
Ecco, benvenuti nel momento presente.
Farci un salto ogni tanto è di per sé rinfrescante, ci porta dentro al nostro istante vivente, senziente.

Poi possono arrivare risposte, magari curiose o insolite o anche ovvie. Evitiamo di miscelarle a giudizio, senso di colpa o inadeguatezza, voglia di rivalsa: sono la “seconda freccia” delle narrazioni automatiche.

Di questo abbiamo già parlato (Praticare la Mindfulness tra impegno e gentilezza). Oggi volevo proporvi un check-up sulla pratica del “distanziamento sociale” e dell’uso delle mascherine. Si possono praticare anche queste misure cui siamo e saremo costretti.
Se portiamo attenzione allo spazio immediatamente intorno al nostro corpo – lo spazio personale – notiamo che è uno spazio speciale. Ha un sapore di intimità, e ci mette a disagio quando qualcuno lo invade senza essere autorizzato. Ed è anche lo spazio della connessione con gli altri: lo spazio in cui possiamo risuonare, coordinare movimenti e parole, sentire la presenza dell’altro. Siamo a disagio quando, come ora, dobbiamo tenere due metri di distanza, ci manca sentire la presenza di altri corpi intorno al nostro. Visi su uno schermo e voci teletrasmesse sono palliativi utili, ma a volte appaiono un po’ bizzarri.

Se ci ascoltiamo in consapevolezza, ci sentiamo a disagio nello spazio peri-corporeo sia quando uno lo invade, sia quando siamo troppo lontani e disconnessi dagli altri corpi. Così magari ci ritroviamo stanchi e tesi anche solo facendo la spesa: ci preoccupa, ma anche ci manca, il contatto dei corpi, le espressioni dei visi, il risuonare insieme e condividere in modo intuitivo tanti particolari sugli spostamenti nello spazio, le intenzioni, lo stato interiore.
Di tutto questo ce ne accorgiamo bene ora, che ci manca. Ora non è scontato, è un movimento sottile ma percepibile, quello che ci permette ancora di risuonare, trovare le giuste distanze, scambiarsi uno sguardo gentile in questa situazione. Sentire quello che ci manca è un modo di praticare in consapevolezza la distanza sociale. Un altro è ovviamente portare attenzione nel rispettare le nuove regole, nel non cadere nei vecchi schemi automatici, nel prepararci bene per uscire, nel salutare con un inchino o un gesto della mano, nel far scorrere la fila. O anche accorgerci che battiamo nervosamente il piede quando altri la bloccano (strano gesto, perché lo facciamo?).

La Mindfulness incoraggia una presenza chiara al nostro corpo e a ciò che le sta immediatamente intorno. Anche da soli: se proviamo nei prossimi giorni una piccola passeggiata meditativa, coglieremo la durezza o la morbidezza del suolo, l’aria che entra nel naso, la luce sulle foglie. E quando una persona si avvicina, osserviamo come si attiva il nostro corpo, se è in allerta o distratto o attento. Cogliamo se siamo disorientati dal suo modo di dirigersi verso di noi, dal fatto di non vederla in viso; possiamo chiederci: come faccio a sapere che sono un po’ disorientato? Che sapore ha, nel corpo, essere disorientati?

La distanza sociale e l’uso della mascherina possono essere, invece che un’espressione di alienazione collettiva, un piccolo laboratorio di Mindfulness. Che ha come esito rispetto e cura per noi stessi, ma anche per gli altri e il mondo.

E ogni tanto, possiamo fare un passo in più: passare dall’attenzione focalizzata su segnali, sensazioni e automatismi a una consapevolezza aperta, uno spazio di presenza che accoglie tutto ciò che accade e lo lascia scorrere. È molto diverso dalla semplice attenzione, che è sequenziale e mette a fuoco un elemento per volta. La consapevolezza aperta è un campo che include tutto, è il sapere e sentire che accade tutto insieme, lo spazio, le foglie e i pensieri. Include in un istante anche il modo insolito in cui il tempo “passa”, in questi giorni… un tema interessante.

Portare insieme consapevolezza a ciò che accade (attenzione) aprendosi anche al fatto che accade prima di tutto questo stesso istante sveglio (consapevolezza) può sembrare difficile. Ma come abbiamo detto, anche brevi istanti, un brillare di presenza qui e adesso, sono successi importanti. Il nostro scopo non è una perfetta consapevolezza, ma “ritornare a casa” in essa ogni volta che ci allontaniamo. Per questo diciamo che la Mindfulness è una via, un percorso, e non una destinazione. Siamo tutti sulla via, ciascuno a suo modo, quindi ricordiamoci – nella nostra pratica del distanziamento sociale o della consapevolezza aperta – di trattarci con gentilezza, con una certa grazia.
Vi auguro che le prossime settimane siano sicure, e pieni di istanti di brillare.

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