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Imparare a riposare. E la Mindfulness del gatto

di Roberto Ferrari

Cosa posso fare per sostenere me e gli altri, anche se sono così stanco?

Su questa domanda ci siamo lasciati nella lettera precedente. Era nata dal fatto che tante persone mi hanno espresso la fatica e la spossatezza per questi tempi difficili: dalla vita nelle scuole all’impegno di chi lavora in ospedale, dalla percezione di fine del mondo che ci procurano gli incendi in California alla paura di essere di nuovo confinati da una nuova ondata di contagi. Il tutto intrecciato con la nostra situazione interiore e relazionale, spesso complicata e talvolta molto confusa.

Cosa posso fare per sostenere tutto questo? Abbiamo parlato di Virya, l’energia della dedizione alla nostra domanda e alla nostra ricerca. Per chi vuole seguire una pratica di Mindfulness diviene l’impegno a un appuntamento quotidiano con noi stessi, fosse anche solo un po’ di tempo in posizione seduta, ascoltando il respiro, in una posizione comoda, stabile e ricca di dignità. O un body scan profondo e riposante. O una passeggiata da soli, in piena consapevolezza, con tutti i sensi aperti. Perché Mindfulness è un’arte. Ho un giovane vicino musicista, lo sento suonare ogni giorno anche per ore, si esercita, si allena: e sento che ogni anno la sua arte si approfondisce, fiorisce, esprime sempre meglio quello che sente. E anche se a volte vorrei suonasse un po’ meno, perché amo il silenzio, lo ammiro e lo vedo crescere.

Il segreto che ho scoperto di recente è che si può prendere davvero la pratica come un momento di riposo, un momento in cui non far nulla: non aggiungere e non togliere, non afferrare e non rifiutare nulla. Ma questo “riposare” non significa essere indifferenti, immobili, ignorare ciò che accade o non prendere posizione. È una azione, riposare, è un modo di vivere la vita e la mente.

Riposare nella consapevolezza del momento presente: mi libero del fardello di idee su come praticare (con sforzo, senza sforzo, con il giusto equilibrio…) e riposo.
Magari con una semplice sequenza di yoga – che ha una enorme importanza nella Mindfulness, come non si stanca di ripetere il suo fondatore Jon Kabat-Zinn – le sensazioni lente e profonde del corpo vanno a rimpiazzare i flussi continui di pensieri e reazioni emotive, creano spazi di silenzio. Lì riposo.

Riposando accolgo e includo tutto ciò che accade. E lo osservo con curiosità: Chi ne fa esperienza? Dove è la mente che ne fa esperienza?

Non sono domande filosofiche, ma frecce che mi posizionano sul bordo interno di me stesso, sulla soglia di questa diretta esperienza, che sono. E che non è solo “qui ed ora” – ormai uno slogan che si legge anche tatuato sulle braccia di qualcuno. L’esperienza im-mediata, diretta è sempre già qui, precisa ed ineliminabile.

Ci sono anche intendimenti diversi di “riposo”. Una amica mi raccontava che in questo periodo così difficile guarda spesso la sua gatta completamente rilassata, stesa al sole, dedita a leccarsi e stiracchiarsi, a sonnecchiare per ore e ore. Senza un pensiero al mondo, a suo completo agio. Pensava che vorrebbe essere come lei, e mi chiedeva se la mindfulness può portarla a quello stato.

Anche se sembra una buona metafora della mindfulness, uno stato di rilassamento senza preoccupazioni, paure o ricordi spiacevoli non è la consapevolezza. Semplicemente perché la consapevolezza non è uno stato. È stare in rapporto lucido con ogni stato, tranquillo o tormentato che sia.
Il riposo della gatta è semplicemente un godersi il sole, in uno stato di piacevole comfort.
Invece, secondo la definizione operativa classica di Mindfulness (ovvero che spiega non cosa è, ma come farla) si tratta di prestare attenzione al momento presente, con motivazione, e senza giudizio.
Non significa dunque buttarsi giù e rilassarsi, quasi senza volerlo e senza accorgersene, e star lì senza alcun pensiero.

Mindfulness è autentico riposo nello spazio interiore della consapevolezza, ma richiede attenzione viva (sati), una intenzione perseverante e ardente (virya), e una grande gentilezza (metta) verso se stessi.
Purtroppo o per fortuna non siamo gatti: anche se gli animali ci ispirano tantissimo – almeno io li considero dei maestri e magari in futuro ne parleremo – per sostenere noi stessi in questi tempi così faticosi occorrono davvero queste tre piccole cose, ben espresse da antiche e brevi parole sanscrite: sati, virya, metta.

Tre passi per tornare ogni giorno a sederci sul cuscino o a praticare sul materassino da yoga, e suonare così la nostra musica di consapevolezza.
Con il vantaggio, per i nostri vicini, che i nostri esercizi sono straordinariamente silenziosi.

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